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Essere popolari, missionari, sinodali

La riflessione di Tommaso Sereni (Coordinamento Giovani Fiac)

Sono tante le parole che risuonano nella testa e nel cuore dopo l’XI Forum Internazionale dei Giovani e appare difficile raccontare la ricchezza di quattro giorni trascorsi insieme ad altri 250 giovani arrivati a Sassone di Ciampino come delegati delle Conferenze episcopali di tutto il mondo e come rappresentati delle aggregazioni laicali. È talmente difficile che scelgo di usare alcune parole chiave per raccontare cosa, come cristiani e come appartenenti alle AC del Fiac, ci viene chiesto di essere.

Parto da popolarità. Non siamo Chiesa se non siamo di tutti, con tutti e per tutti. Essere popolari significa non arroccarsi su posizioni di difesa o di certezza assoluta, ma aprirsi al dialogo e all’accoglienza anche di quelle sorelle e di quei fratelli che non credono in Dio (o non credono affatto). Significa anche ricordarsi che, come Chiesa, siamo portatori della Verità, ma che questa parla alla vita di ciascuno e non deve essere imposta, ma proposta.

Proseguo con missionarietà. Essere missionari significa annunciare la gioia del Cristo Risorto nel luogo in cui siamo chiamati a vivere. La missionarietà non è un’opzione del nostro essere Chiesa, ma una scelta fondamentale e principale della nostra fede. Se non siamo missionari, se non rendiamo conto della speranza che è in noi, non possiamo dirci figli di Dio. L’attenzione è a non lasciare che esistano “soglie di preparazione”: il paradigma «prima mi formo, poi parto in missione» non è più sostenibile. È anche nell’azione che si vive la missione. Alla missione si lega la vocazione, che non può essere mai vissuta in modo egoistico, ma sempre spesa per gli altri: la grande domanda che deve farsi la Chiesa nel nostro tempo, che deve farsi ogni battezzato e ogni comunità è «per chi sono io?».

La terza parola è sinodalità. Il Sinodo non può essere un evento, deve essere un percorso, uno stile. Una Chiesa che sceglie di camminare con stile sinodale si apre alla collaborazione delle persone, dei gruppi e delle comunità. È forse la sfida più difficile, perché oggi ci obbliga ad andare oltre le etichette e i pregiudizi, per riscoprire davvero cosa significa essere un corpo, nella varietà dei doni dello Spirito e nelle diverse fasi della vita.

Oltre tutti i contenuti, ripresi dall’esortazione apostolica Christus Vivit, quello che il Forum ci ha spinto a fare è guardare avanti. È questo il giorno in cui dobbiamo convertirci, il giorno in cui dobbiamo iniziare a guardare avanti per essere la Chiesa del nuovo millennio: non c’è più tempo per i ritardi. Come giovani abbiamo una grande responsabilità: siamo noi quelli che il Signore sceglie, come ha sempre fatto, per guidare la sua Sposa nella storia, senza lasciare indietro nessuno.

È questo il momento favorevole, il tempo in cui dobbiamo davvero scegliere (come cristiani e come comunità) se camminare insieme al Signore e ai fratelli o rifugiarci nelle nostre comodità.

#youthforum19 #ChristusVivit

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La riflessione di Tommaso Sereni (Coordinamento Giovani Fiac)